Viaggiare solo in bici senza una meta precisa. Può sembrare una stranezza, ma per me è stata quasi una conseguenza naturale del crescente amore per la pedalata, dello spostarsi col mezzo più rispettoso dell’ambiente che siamo stati capaci di creare, dopo quello che ci ha fornito madre natura.

Rispettoso dell’ambiente ma anche del nostro modo di percepire. Noi siamo stati “progettati” per muoverci a 4/5 km/h (correndo i migliori arrivano a 36 ma per pochi metri) e la nostra capacità di percepire, di ricordare, di fissare immagini e sensazioni è tarata su quella velocità. Muovermi in bici mi fa sentire parte del mondo e non di osservarlo come in una vetrina. La Sardegna era una terra che conoscevo poco, ma quel poco me l’aveva già fatta amare. Da qui la voglia di andarci in modo diverso da come avevo fatto prima, più profondo. Gomme nuove, controllo meccanico, portapacchi, borse capienti, attrezzi di manutenzione, qualche accessorio tecnologico e di comfort e la mia mountain-bike (regalo dei 50anni) si trasforma in un mezzo da viaggio senza perdere la indole cross-country.

L’unica forma organizzativa del viaggio è stata la sua filosofia: voglia di stare al confine tra terra e mare, evitare quanto più possibile strade asfaltate e incontrare gente. La sola cosa decisa da Roma era che, arrivato ad Olbia, avrei iniziato il giro in senso anti-orario. C’era anche l’idea velleitaria di completarlo il giro, scartata dopo poco perché contrastava con la filosofia del viaggio, non lasciandomi il tempo per fermarmi nei luoghi e viverli quel minimo indispensabile per sentirli. Ogni sera decidevo la destinazione del giorno dopo, ma era più un indicazione che una meta. Le insipide barrette energetiche che hanno costituito il pasto del primo giorno sono state subito sostituite da ben più gustosi sospiri e pasticcini alle mandorle, che in quanto ad energia fornita non hanno nulla da invidiare, anzi!

Anche la strada da percorrere era incerta e le deviazioni sono state molte, con scoperte sorprendenti, come i 7 km di sterrato (per quasi metà piuttosto impegnativo) sul tracciato di una strada romana lungo la scogliera a nord di Chia o i sentieri nell’oasi di Seu tra Tharros e Is Arutas. I panorami della Sardegna hanno un ché di sorprendente, molto diversi tra loro, dalle alte scogliere alle distese lagune, dai sinuosi graniti alla spigolosa trachite, dalle affascinanti dune alle lucenti spiagge di quarzi, dai brulli altipiani alle verdi montagne, dai filari di fichi d’india ai resti delle miniere, tutti però hanno un comune denominatore, una familiarità tra loro. È quel sapore quasi arcaico, di paesaggi perduti ma vivi e presenti, duri, aspri ma non ostili.

I sardi amano la loro terra, non solo con l’affetto che tutti abbiamo per il posto in cui siamo nati. È qualcosa di intimo, profondo. Giovanni non è un vecchietto patetico che passeggia la mattina nella spiaggia che ha curato per 18anni: va lì perché quel posto è la sua casa e ne parla con orgoglio agli “stranieri” come me. Costanza era fiera di spiegarmi come cucinare gli spaghetti con la bottarga squisiti che ho mangiato nel suo ristorante. Alessandro aveva una tristezza acuta nello sguardo quando mi raccontava dei sui progetti di lasciare Cagliari per cercare lavoro all’estero. Giovanna, 96 anni, è felice di andare ancora a lavorare la campagna (dove è scivolata rompendosi due costole!) e di dedicarsi ai suoi splendidi filé.

Dopo 800 km (abbondanti) e 8 giorni sono arrivato a Cagliari, e, al solito, la prima attività alla fine di una giornata in bici è la ricerca di posto dove dormire e, soprattutto, dove fare una doccia. I B&B sono stati la mia scelta preferenziale e ho trovato sempre persone gentili, disponibili e comprensive con le esigenze di un ciclista solitario. Stesso ambiente accogliente e familiare però l’ho trovato nell’unico hotel dove ho dormito a Bosa, dove Francesco si è rivelato anche un simpatico amico.

Ho da poco concluso il mio viaggio in bici e già sono in crisi di astinenza. Mi mancano il vento sulla faccia, il profumo di mirto, le acque cristalline, l’affetto degli isolani ma anche le lunghe interminabili salite sotto il sole e le divertenti discese.

Porto via un riacquistato valore della lentezza, della slow-life (non è un caso forse che i sardi siano tra le popolazioni più longeve al mondo) e negli occhi paesaggi sempre nuovi ed emozionanti. Spero di aver lasciato, oltre ai litri di sudore, un po’ di simpatia nelle persone che ho incontrato. Spero di aver convinto un paio di ragazzi, uno gestore di un bar a Nebida e l’altro incontrato ad un bancomat di S. Antioco, ad avventurarsi in questo tipo di impresa che li tentava molto.

Qualche consiglio e nota tecnica per chi fosse interessato a questo tipo di viaggio:

  • ridurre al minimo bagagli e peso: due cambi da bici e due normali sono sufficienti, basta sciacquare ogni sera; una buona fotocamera compatta è meglio della reflex, sta nel taschino e pesa poco;
  • non lesinate sui calzoncini da bici: solo costosi capi per uso intensivo, il fondo schiena sarà riconoscente;
  • le borse anteriori intralciano la manovrabilità, da evitare specialmente se si percorrono sterrati;
  • protezione antipioggia solo per i bagagli, tanto voi sarete già bagnati dal sudore;
  • attrezzi indispensabili: kit per forature, camere d’aria, buona pompa, olio e sgrassatore per catena e cambio, fascette serracavo;
  • gadget utili: supporto per telefonino da manubrio, app navigatore con sentieri e piste ciclabili, caricabatterie ad energia solare, cardiofrequenzimetro.

 

 

  • spiaggia di aglientu
    spiaggia di aglientu
fotografo al tramonto
tramonto a Marina di Gutturu Flamini
pista ciclabile di aglientu, realizzata con fondi europei
pista ciclabile di aglientu, realizzata con fondi europei
alghero
alghero
duomo di sassari
duomo di sassari
bosa
bosa
bosa - la sig.ra Giovanna e il suo filé
bosa – la sig.ra Giovanna e il suo filé
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guado del Rio Piscinas (Arbus)
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spiaggia di Piscinas (Arbus)
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