Ci sono occasioni nella vita che non si possono perdere, sono come dei treni che passano una volta sola e tu non puoi fare altro che salire, metterti comodo e goderti il viaggio, senza sapere dove poi quella esperienza ti porterà. Sai solo una cosa: salire su quel treno, in un modo o nell’altro, è stata la scelta giusta. E questo è quello che è capitato a me 3 anni fa, quando ho avuto l’opportunità di salire sul treno di EagleRider, un’azienda di noleggio moto negli Stati Uniti. Piccolo flashback: la passione per gli States è l’unica che riesce a superare l’amore per la mia terra; si tratta di un qualcosa di profondo, personale e così forte da farmi ritenere sempre più che gli Stati Uniti siano il grande, enorme amore della mia vita. Insomma, sono salito su questo treno, ho iniziato a lavorare per un’azienda americana che continua a far realizzare il sogno di milioni di persone: guidare un’Harley Davidson lungo la mitica Route 66, ascoltare nelle casse della radio “Born in the Usa” con una giacca di pelle ed occhiali da sole da vero rider.

E di recente questo treno mi ha portato ad accompagnare un gruppo di persone, che poi sono diventati soprattutto amici e compagni di viaggio. Ricevo una telefonata di Marco, il miglior venditore italiano di viaggi in moto negli USA, che mi chiede se me la sento di accompagnare lui e un gruppo di clienti in moto a partire da New York per arrivare alle Cascate del Niagara, scoprire il mondo Amish e tornare nella Grande Mela. Si tratta di un viaggio particolare, alla scoperta di itinerari, percorsi e paesaggi, ma anche dei guru del mondo motociclistico americano. La domanda di Marco non ha bisogno di risposta: la valigia è già pronta e io sono già su quell’aereo!

1° TAPPA: ROMA – NEW YORK, TUTTO ED IL CONTRARIO DI TUTTO

Prendo un volo di prima mattina da Roma. Un viaggio semplice, di sole 8 ore. Nella mia vita ho sempre pensato al fatto che in aereo per varcare l’Oceano Atlantico impiego lo stesso tempo, quasi, che necessito per andare da Milano a casa mia ad Ascoli Piceno. E allora mi metto comodo e inizio a guardare in successione tantissimi film. Crollo dal sonno. Sono già a New York. Il volo è trascorso velocissimo e appena esco dall’aereo corro al deposito bagagli per cercare di prendere la mia valigia e rosicchiare posizioni per superare i mille controlli che mi aspettano. Sono fortunatissimo e dopo meno di mezz’ora sono già li in attesa del mio Jamaica Shuttle che dal Gate 3 mi porterà direttamente a prendere una delle miliardi di  metropolitane che mi porteranno a Brooklyn. Si, lo ammetto, rischiando di perdermi ho chiesto indicazioni ad una gentilissima donnona americana con la tazza di Starbatucks in mano. L’accento newyorkese è fluido, comprensibile e la signora con il tazzone di caffè mi ha dato delle indicazioni così chiare che non ho alcuna possibilità di sbagliarmi. Il viaggio in  metro da JFK alla fermata Lafayette Av. (una mezz’ora abbondante) è come un viaggio a parte. Sono nel mio mondo, vivo e guardo tutti come un bambino di 10 anni al quale hanno regalato il gioco più “in” del momento. Sono curioso, guardo le persone:  una ragazza di colore ascolta la musica muovendo la testa e canticchiando al ritmo della canzone,  un signore ebreo legge il suo giornale lontano da tutti, alcuni ragazzi parlano in uno slang molto stretto di una partitella di basket che hanno appena giocato. Immagino le migliaia di storie che ci sono dietro tutte queste persone, sono immerso nei miei pensieri fino a quando un ragazzo di oltre 30 anni con il cappellino da rapper entra in metro, guarda la mia valigia ed esclama : “Gotta stand up man, this is New York , the city that never sleeps!!”.  Si gira e va a sedersi comodamente su uno di quegli scomodi posti che in tutti i film ambientati qui esprimono un senso di e malessere e nostalgia. Io invece sono emozionato, felice e non vedo l’ora di iniziare questa avventura.

vista di Manhattan
Un particolare del ponte di Brooklyn

Il consiglio della signora al JFK era di cambiare metropolitana, ma è troppa la voglia di iniziare a vedere Brooklyn. Allora scendo e inizio a camminare in direzione di Bergen e Union Street. Su Brooklyn mi concentrerò nei prossimi racconti, ma garantisco che si tratta di una zona incredibile, dove case affascinanti si uniscono a palazzine decadenti, dove il nuovo Barcklays Center (nuova sede dei New Jersey Nets di basket) sembra un’astronave piombata dal nulla; continuo a camminare e finalmente vedo il mio hotel. Voglio sbrigarmi per fare il check-in, perché non posso rimanere in hotel.

Il motivo principale è che devo andare a Manhattan a ritirare il mio Dodge sette posti con il quale accompagnerò il gruppo a partire dai prossimi giorni. Ma soprattutto voglio andare, iniziare a esplorare questo mondo! Riprendo la metropolitana  scendo alla 42esima. Il fatto che le vie siano nominate con numeri sembra banale, oggi, ma è davvero geniale. Non ci si può perdere. Se ti dicono che devi andare alla 42esima e ti trovi sulla 30esima, non puoi sbagliarti: dritto! Sono geniali, efficienti! Scendo alla 42esima e senza saperlo , salendo i gradini due a due, mi trovo a Central Station. Tutto illuminato. Migliaia di persone che camminano a destra e a sinistra come in un formicaio. Alzo la testa e ad accogliermi c’è un bandierone americano in verticale che mi fa quasi da segnale, indicandomi che lì sotto c’è l’uscita. Mi incammino verso la Hertz di Manhattan dove devo aspettare 3 dei miei compagni di viaggio che mi stanno raggiungendo in moto da Miami.

Dodge per viaggio

La telefonata ai miei genitori è interrotta da un frastuono incredibile di sirene dei pompieri e dell’ambulanza. Una palazzina ha avuto una fuoriuscita di gas e ci sono 14 (si, 14!)  tra ambulanze e pompieri pronti a intervenire. Non riesco neanche a fotografare la scena. Mi sento come in film fino a quando il “Get out from here” mi riporta alla realtà. Mi dirigo verso la Hertz e ritiro il mio Dodge 7 posti rosso bordeaux che mi accompagnerà durante il viaggio. Arrivano i miei compagni e torniamo in hotel, dove loro devono fare il check-in.

Sono le 10 di sera, siamo distrutti dopo ore di viaggio, ma siamo a Brooklyn. E allora andiamo in un locale a prenderci una birra. E’ un ex-fabbrica in mattoni dove il proprietario ha deciso di creare le luci con strumenti particolari e la luminosità è bassa, dando ancora più risalto ai mattoncini che ci circondano. Le birre sono tutte particolari, ne prendo una al peperoncino sgranocchiando popcorn caramellati. Ora siamo davvero cotti, andiamo a letto che domani ci aspetta una giornata intensa. Chiudo gli occhi.  Il mio viaggio dal Piceno agli Stati Uniti on the Road è iniziato. Mi sento a casa.

 

(segue…)

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