Il minareto della Moschea di Abu Ghosh

Abu Ghosh è una piccola città araba ad una decina di chilometri da Gerusalemme. Si trova tra le colline che fanno da contorno alla Highway che porta da Tel Aviv alla Città Santa, calcando l’antico percorso della via dei pellegrini che un tempo arrivavano dall’Europa in nave e approdavano nel porto di Jaffa. Abu Ghosh prende il nome da un’importante famiglia nella Palestina del Sedicesimo secolo che aveva ottenuto tramite decreto del Sultano, il diritto a riscuotere un pedaggio da tutti i pellegrini e i visitatori diretti in città. Ma la storia che vi voglio raccontare comincia molto prima, ai tempi delle Crociate, quando anche i monaci indossavano l’armatura ed andavano a combattere i musulmani per conquistare Gerusalemme. In quest’epoca, infatti, nonostante fosse proibito ai religiosi di combattere, l’urgenza di mettere le mani sulla Terra Santa, vestendo la conquista con una ragione religiosa, cominciarono a formarsi i primi ordini religiosi cavallereschi, composti da quelli che erano chiamati i “milites Christi”, i soldati di Cristo. Proprio uno di questi ordini, tra i più importanti, quello dei Cavalieri Ospitalieri (qui il sito con un po’ si storia) ha posto le basi dell’affascinante Monastero Benedettino di Abu Ghosh: un monastero cristiano tra le moschee.

Chiesa della Resurrezione

Nel dodicesimo secolo gli Ospitalieri avevano riconosciuto in questo piccolo insediamento, disposto sul versante di una collina a 700 metri sul livello del mare, la Emmaus di cui si parla nel Nuovo Testamento, cioè il luogo dove Cristo si era manifestato in seguito alla resurrezione (qui il passo del Vangelo). Per questo motivo e perché vi si trovava una delle rare sorgenti d’acqua di questa terra arida, i monaci-cavalieri hanno eretto proprio qui la Chiesa della Resurrezione. Tre secoli dopo, attorno ad essa, è sorto il Monastero Benedettino, ancora oggi abitato da frati e suore di madrelingua francese. Il complesso, che è aperto a visitatori e pellegrini tutti i giorni (qui gli orari), si trova oggi nel mezzo della cittadina, popolata dalle tipiche case piatte e bianche sormontate dalle cisterne nere per l’acqua che caratterizzano le case arabe e da due moschee. Noi ci fermiamo dopo alcuni giorni di viaggio tra il Mar Morto e Gerusalemme, per un’ultima tappa prima di tornare a Tel Aviv. Si accede al complesso attraverso una piccola porta che si apre su un giardino rigoglioso, punteggiato da aiuole di fiori e da alcune rovine antiche come macine di pietra o parti di colonne. In un angolo non troppo visibile notiamo l’iscrizione romana che attesta la presenza in questo luogo della Decima Legione, risalente ai tempi dell’occupazione romana della Palestina. Appena dietro l’edificio adiacente alla Chiesa spunta un basso minareto appartenente alla Moschea storica di Abu Ghosh. Un’altra Moschea, quella di Akhmad Kadyrov, si trova a poca distanza ed è la più grande di Israele ed è stata terminata nel 2014 (qui un po’ di informazioni in più).

Residenza delle Monache

Quando entriamo una troupe della tv israeliana sta intervistando uno dei monaci che vive qui, imponente, vestito di un saio bianco e con un paio di sandali ai piedi. Non se ne vedono molti fuori da Gerusalemme. Non appena l’intervista finisce, ci accoglie con gentilezza in francese ma quando gli diciamo che siamo italiani si adegua rapidamente al nostro idioma. Se il latino è la lingua ufficiale della Chiesa, l’italiano è la lingua ufficiosa e non c’è monaco cattolico che non lo parli almeno un poco. Ci conduce alla porta della Chiesa e, aprendola, ci introduce ad un luogo incredibile ed affascinante. Non si tratta dell’architettura dell’edificio ma dell’atmosfera raccolta e sacra che si percepisce all’interno. Si tratta di una costruzione semplice e pulita, a tre navate e con poche panche solamente in quella centrale, di fronte all’altare. Una luce soffusa proviene dalle lampade sistemate sulle colonne che reggono gli archi a sesto acuto. Le pareti sono quasi completamente ricoperte da affreschi a tema religioso, realizzati nel corso del Tredicesimo secolo in uno stile che richiama quello dell’arte bizantina. Ci aggiriamo per questo luogo in silenzio, ognuno per conto suo, per assorbire ogni grammo dell’essenza di questo posto. Il monaco ci indica una scalinata discendente nel fondo della chiesa. Percorriamo due rampe di alti gradini in pietra ed entriamo nella cripta: un’ampia stanza bassa e scura con pianta a croce greca. Al centro c’è un piccolo pozzo poco profondo, eretto intorno alla sorgente d’acqua da cui è nata l’idea stessa della Chiesa. Dalle pareti in pietra del pozzo quadrato, ci affacciamo ad osservare quel mezzo metro di acqua limpida dove alcuni pellegrini hanno buttato qualche moneta. Immagino l’incredulità di quei primi monaci che hanno trovato la sorgente, un’esperienza che per loro dev’essere stata talmente vicina al miracolo da decidere di proteggerla tra le mura di una chiesa. Usciamo gradualmente dall’oscurità della cripta, passando gradualmente dalla luce bluastra del livello superiore alla luce forte del primo pomeriggio. All’orizzonte si affacciano alcuni nuvoloni, in questo marzo che si è rivelato essere un mese piuttosto piovoso persino qui in Israele. Il bisogno primario del pranzo fa scoppiare la bolla di spiritualità che ci avvolgeva e ritorniamo alla realtà pratica di cercare un ristorante che ci serva il pranzo.

 

Gli interni della Chiesa

Abu Ghosh è meta anche di un altro genere di pellegrinaggi, quelli culinari, essendo rinomato per l’hummus. Ci è chiaro fin da subito che la scelta non sarà semplice: è pieno di ristoranti che proclamano di avere “il migliore hummus di Abu Ghosh”. La guida Lonley Planet consiglia quello più famoso, che si chiama Abu Shukri, ma tra chi controlla su Tripadvisor e chi si fa guidare dall’istinto del “cacciatore di osterie”, dopo 10 minuti siamo ancora sul marciapiede con gli smartphone nella mano e la pancia che brontola. Alla fine il buonsenso ha il sopravvento e ci decidiamo per il più vicino, proprio nella strada di fronte al Monastero. Si chiama Naji Restaurant (non hanno un sito, questa è la loro pagina su Tripadvisor), l’estetica non è di certo un punto a favore ma sembra molto frequentato. In Israele le ordinazioni iniziano sempre con una domanda “Salat?”. Se rispondete “Sì” il vostro tavolo sarà presto ricoperto di piattini tondi contenenti insalate di tutti i generi: rape, pomodori, cetrioli, salse in cui intingere la pita e il famoso hummus (qui la ricetta base). La crema di ceci viene presentata in un piatto più grande ed è condita con olio e decorata in superficie con i pinoli. L’hummus di Naji è uno dei più deliziosi che io abbia mangiato in Israele e lo finiamo in un batter d’occhio. Per far fronte a questa abbondanza di cibi sorseggiamo una limonata alla menta digestiva, mentre attorno a noi si avvicendano una varietà di clienti abituali per cui il cameriere non ha nemmeno bisogno di prendere le ordinazioni. Usciti dal ristorante ci accorgiamo che i nuvoloni neri se ne sono andati, lasciando posto ad un sole che sparge i suoi raggi con entusiasmo attraverso qualche nuvoletta bianca. Lasciamo la pace e le storie di cavalieri ad Abu Ghosh per rimmergerci nel traffico della Highway insieme ai pendolari e poi, di nuovo tra i moderni grattacieli di Tel Aviv.

Cripta della Chiesa della Resurrezione

https://i1.wp.com/www.viaggiatore.com/wp-content/uploads/2015/03/Residenza_monache_Abu_Ghosh.jpg?fit=700%2C394https://i1.wp.com/www.viaggiatore.com/wp-content/uploads/2015/03/Residenza_monache_Abu_Ghosh.jpg?resize=150%2C80Chiara AlberiniCittà da visitareLife StyleTradizioniAsia,cibo,Israele,pellegrinaggio,religione,vegetariano,VVV | viaggiatori vegetariani/veganiAbu Ghosh è una piccola città araba ad una decina di chilometri da Gerusalemme. Si trova tra le colline che fanno da contorno alla Highway che porta da Tel Aviv alla Città Santa, calcando l’antico percorso della via dei pellegrini che un tempo arrivavano dall’Europa in nave e approdavano...comunità di viaggiatori