La gioia dell’uomo sta nei grandi spazi vuoti”, recita un proverbio mongolo.

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Un ovoo, un altare di pietra tipico delle steppe della Mongolia

E’ forse questo il motivo per cui, nonostante abitino una terra inospitale, arida, sferzata dal gelo nei lunghi e duri inverni, i nomadi mongoli sono spesso sorridenti?
Panorami immensi, rari di uomini, si contrappongono allo spazio piccolo e accogliente della gher, la caratteristica abitazione mongola, dove le famiglie si raccolgono intorno al calore della stufa.
Una vita dura ma semplice, scandita dall’orologio della natura.
E’ forse questo il segreto dello spirito libero e dell’indole forte dei nomadi delle steppe?
Domande come queste sono più volte balenate nella mia mente nel periodo trascorso in Mongolia.
Un viaggio emozionante compiuto nell’estate 2010, in compagnia di James e Maaike, una coppia anglo-olandese, Stephanie, una ragazza francese, Enkhe, la nostra simpatica guida locale e di Tolui, un provvidenziale autista; senza la capacità di orientamento, la bravura alla guida e l’innata capacità di Tolui di risolvere i problemi, con tutta probabilità le mie ossa sarebbero state ritrovate tra qualche migliaia di anni, come quelle dei dinosauri che vengono alla luce nel deserto del Gobi, per la gioia dei paleontologi.

Il deserto del Gobi
Il deserto del Gobi

Giornate intense e meravigliose, a volte anche dure, trascorse tra gli spazi infiniti di steppe desolate, alte montagne, laghi incontaminati, foreste secolari e aridi deserti.
Notti trascorse accampati in piccole tende, sotto magici cieli stellati oppure, grazie alla straordinaria e frequente ospitalità dei nomadi incontrati sul nostro cammino, al sicuro riparo delle loro calde gher.
La natura come gabinetto; i fiumi o i laghi nelle vesti di “invitanti” docce e vasche da bagno; una inaspettata gamma di differenti paesaggi e di mutevoli condizioni climatiche, dai 40 gradi all’ombra del deserto del Gobi a chicchi di grandine delle dimensioni di palline da ping pong piovuti dal cielo nel corso di un attraversamento di una impervia montagna: quattro meravigliosi giorni a cavallo, nel corso dei quali i miei gioielli di famiglia e la mia identità sessuale furono duramente messi alla prova; le tipiche selle mongole, diciamolo pure, per un occidentale proprio comode non sono, specie se trattasi di persona di sesso maschile.

Una vita a cavallo
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Giornate in cui, nonostante fossimo provvisti di cibo nostro, sedotto dal proverbio mongolo “chi beve l’acqua di una terra straniera deve seguirne usi e costumi”, sperimentai con piacere tutte le specialità a base di carne e latticini della cucina locale, accompagnate dall’immancabile airag, la bevanda nazionale a base di latte di cavalla fermentato.
Esperienza interessante ed istruttiva anche se, ad esser sinceri, la cucina mongola non spicca tra le mie preferite: non ammettere di aver più volte sognato un piatto di melanzane alla parmigiana, di fresche verdure, o di frutta, sarebbe da bugiardi.
Un giorno ebbi persin la sfacciata fortuna, in quanto più anziano del gruppo, di esser omaggiato di una ciotola enorme, di dimensioni doppie rispetto a quella dei miei compagni di viaggio, colma di fumante sangue bollito di pecora. Sentitamente ringraziai, onorato, e bevvi.
Al calar del sole, alla fine delle lunghe giornate, godetti spesso di splendidi tramonti raccogliendo feci secche di animali. Un infallibile rimedio, il fumo provocato dalla merda secca bruciante, contro le zanzare che in estate, in alcune zone della Mongolia, assumono le dimensioni di elicotteri, contendendosi con le mosche l’Oscar del fastidio. Ancora non ho capito, a distanza di tre anni, se fosse più piacevole passare gioiose ore con il fumo di merda sparato in faccia, come da secolare tradizione mongola, o l’esser massacrato dai gentili insetti.
Tra le molteplici possibilità di tour nella steppa disponibili nella capitale Ulan Bator  ne scelsi uno decisamente lungo e spartano. Mai scelta fu più azzeccata per cercare di capire questo meraviglioso paese e lo spirito del suo popolo.

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Percorrere gli immensi spazi mongoli, queste terre vergini dove la mano dell’uomo non ha ancora lasciato la sua invadente impronta, dove nessuno steccato impedisce lo sguardo, fu una profonda esperienza introspettiva che mi ha toccato nel vivo dell’anima.
La Mongolia, a differenze di altri paesi al cui impatto le mie emozioni si manifestarono in maniera più immediata, mi conquistò piano piano, con lentezza.
Solo a distanza di tempo, dopo aver del tutto metabolizzato l’esperienza, ho davvero capito quanto quel contatto con una natura incontaminata, quei silenzi, quell’osservare gesti e abitudini dei nomadi, mi abbia influenzato. Solo in assenza di quegli immensi spazi vuoti ho realizzato quanto siano stati capaci di riempire il mio cuore.
Con lo stile di vita, la radice culturale e i vizi da occidentale, avrei sicuramente vita breve nella steppa, ma una parte di me, quello spirito un po’ nomade e quella voglia di libertà che da sempre caratterizza la mia indole, mi ha fatto sentire davvero vicino allo spirito di questo popolo.
Benvenuti in una terra dagli orizzonti senza confini, tra gli usi, i costumi e le credenze dei nipoti di Gengis Khan…

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