Parto dal Chi siamo della community Il Viaggiatore. Qui c’è scritto che è un piccolo salotto di racconti di viaggio fatto di passione, di persone comuni rese speciali dalle loro storie, di punti di vista, di emozioni e avventure. Una comunità di viaggiatori è uno spazio aperto, non può essere solo uno specchio delle nostre singole esperienze di viaggio, ma in primis una tavola accogliente a cui invitare chiunque abbia da raccontare un angolo di mondo e la sua storia nell’attraversarlo.

Ho pensato quindi ad una nuova rubrica-laboratorio dal titolo VITE IN VIAGGIO,  dove invitare a raccontarsi persone la cui vita è collegata da un file rouge, cambi vita non comuni e contraddistinti da “scelte importanti” (il volontariato, l’adozione, la salvaguardia degli animali, una missione, solo per citarne alcune). Scelte non comuni, maturate dentro di sé per rispondere a esigenze personali forti. Non solo di cambiamento, ma di crescita, di sviluppo interiore, di positività. Ovunque nel mondo. E per questo i post saranno forse un po’ più lunghi e articolati, d’altronde le scelte di questo tipo hanno bisogno di contenuti e tempo per essere raccontate.

Inizio da questa frase di Gabriele, che in fondo sintetizza bene tutto:

“Il viaggio è vita e la vita è un viaggio, vita e viaggio quindi sinonimi ma anche opposti, in un concetto bipolare dove tutto è racchiuso nel suo contrario”

Il viaggio come azione, spesso sottovalutata, che racchiude in se l’atto più affascinante. Il viaggio come strumento di conoscenza di ciò che ancora è ignoto, ma spesso già presente dentro di noi. Viaggio facendo ciò che amo di più: trasmettere la conoscenza agli altri per puro spirito di volontariato. Un viaggio iniziato in una riserva indigena sperduta nella foresta del Centro America e il viaggio prosegue dentro la storia della mia vita, dentro di me, dove tutto è successo ma nulla è capitato definitivamente. Un viaggio fatto di sofferenza, che partendo da dentro la sofferenza approda alla felicità, facendo tappa per la speranza, il tutto dentro la mia anima contenitore dei miei pensieri. Viaggio parlando di fatti personali sconvolgenti e dolorosi, che però non hanno tarpato la voglia di prendere in giro la vita, di ridere di me stesso e, inevitabilmente, del mondo che mi circonda. Due storie, una dentro l’altra che s’incrociano e s’incontrano, partendo da differenti punti fisici e temporali, storie che scorrono in senso opposto una all’altra. Nel viaggio s’incontrano considerazioni sull’oggi del mio paese di ieri, dal quale mi sono auto esiliato, sulle sue problematiche più forti, su cosa si potrebbe fare per tutelare i più deboli. Analogamente avviene viaggiando per il mio paese di oggi la Costa Rica. Come in ogni viaggio che si rispetti i riferimenti storici e geografici non possono mancare, conditi da alcuni aforismi d’autore e non, autori bipolari: io.

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Ho incrociato Gabriele Rivolta sul web e mi ha incuriosito il suo primo libro Jameikari – racconto bipolare, ho letto qualche articolo sul suo cambio vita dalla Brianza alle riserve indigene del Costa Rica. Del perché o per come lo abbia fatto ne hanno parlato già in parecchi e non mi sembrava niente di così interessante su cui tornare. Questo libro invece, frutto di un’esperienza nella sua pienezza, è un gioiellino di vita vissuta, vita reinventata in un altro paese, con altre finalità, altri obiettivi. Pura Vida ☺ Pieno di schiettezza, ironia e di spunti su cui riflettere partendo da due binari che si incontrano (le famose convergenze parallele), l’uomo con il suo bagaglio personale e una nuova terra dove imparare a rapportarsi a sé stesso e agli altri, con altre modalità rispetto al passato.

Il libro in realtà è il racconto di un inizio, tuttora lui vive in Costa Rica, prima viveva senza fissa dimora nei parchi nazionali e nelle riserve indigene, le zone più selvagge e sperdute e ancora oggi si dedica al volontariato e a progetti solidali. Ed è questa realtà che mi interessa approfondire con lui:

Chi sono le comunità indigene dei BriBri e dei Cabecar in Costa Rica, dove vivono, e cosa ti ha insegnato l’esperienza di volontariato con loro?

Un’infarinatura sulla storia e sulla cultura di questi due popoli che condividono molti aspetti linguistici e culturali.
I Cabécar sono il gruppo indigeno che è riuscito a mantenere gran parte della sua identità. Vivono nel Chirripó, nella Valle del Pacuare e Riserva di Talamanca, tra le province di Cartago e Limón a cavallo tra i due oceani nella parte Sud della Costa Rica.
I Cabecar sono tra i popoli più autoctoni di tutte le Americhe vivendoci da oltre 3.000 anni. Dall’aspetto minuto e dai tratti gentili, quasi graziosi, ricordano i popoli orientali anche per la forma degli occhi a mandorla. Hanno proprie medicine naturali, danze, tradizioni, cultura, religione e una propria lingua. Si stima che l’attuale popolazione Cabécar sia di circa 14.000 persone. Per capire la cultura spirituale del popolo cabécar è estremamente importante capire il ruolo del guaritore o Jawa, che è la chiave per accedere alla guarigione del corpo e, in misura minore, dello spirito. Le diete sono a base delle cure e proibiscono l’ingestione di sale, caffè, cioccolato, chicha (mais fermentato) e carne. Per i Cabécar la divinità è Sibu, creatore di tutte le cose e che è al centro di tutto ciò che accade.

Il popolo Bribri era uno dei più grandi gruppi etnici del Costa Rica prima della conquista dell’America, attualmente circa 10.000 individui Bribri vivono nella regione meridionale del paese a cavallo con il confine con Panama.
I Bribri hanno mantenuto la loro lingua e hanno fatto grandi sforzi per incoraggiarne la scrittura. L’attività più importante è l’agricoltura con piantagioni di cacao e banane oltre alla coltivazione di mais, fagioli e tuberi. L’espressione artigianale più importante è la lavorazione del vimini e la produzione di strumenti musicali, per i quali utilizzano vari elementi naturali dalle liane alle pietre, passando per ogni tipo di legno.
 A causa della loro posizione isolata, alcuni Bribri hanno scelto di avere la cittadinanza sia panamense che quella della Costa Rica, ciò li facilita per l’ottenimento di assistenza medica in caso di emergenza in uno o nell’altro paese.
 Un elemento interessante di questo gruppo etnico è che le loro case (di solito in legno realizzate su palafitte e coperte di foglie secche) sono molto lontane le une dalle altre, non è raro per una casa bribri che la più vicina sia a un’ora di auto. Ciò si deve all’amore per l’indipendenza dei Bribri.
I Bribri praticano lo sciamanesimo nato nella Cordillera de Talamanca dove si trova il mitico Suràyum e dove Sibu creato i Bribri. Nella cosmogonia Bribri, Suráyum è il centro della terra, il cielo, è il luogo sacro per eccellenza, la dove Sibu portò i semi di mais sacro e li piantò in coppia. Da quei semi nacquero i Bribri e le altre tribù, che attualmente vivono nel territorio della Costa Rica.

Al di là delle attività artigianali, che ormai l’uomo bianco ha quasi perso e il forte spiritualismo presente nelle popolazioni, ciò che ho imparato deriva soprattutto dalla possibilità, datami dalla convivenza con questi popoli, del confronto con me stesso. Confronto favorito dalla possibilità di paragonare lo stile di vita materiale e spirituale delle due popolazioni, la mia e la loro. Ciò che ho osservato o meglio ciò a cui mi sono rapportato, ha causato nel mio intimo reazioni inaspettate e, per certi versi, talmente stupefacenti da mettere in dubbio convinzioni radicate. Radicate non so se sia la definizione esatta, per puro pudore, essendo stato un uomo bianco, non uso l’aggettivo ottuse. Dal dubbio sono nate forti discussioni interne i cui risultati, oggi, hanno pochi mesi di vita diversamente felice.

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Raccontaci la loro realtà oggi nel 2015? La situazione dei loro territori e delle loro comunità, come vivono, se ci sono progetto di protezione e sviluppo nelle zone indigene.

Rispondo riportando in sunto, quanto il popolare quotidiano La Nacion ha pubblicato il 18 luglio e il 1 agosto di quest’anno. Si tratta di un’indagine sulla situazione delle popolazioni indigene che mette a nudo la caotica e triste realtà che vive la popolazione indigena nel XXI secolo. Non sono mie opinioni, riporto solo i fatti quanto letto:

Nel corso di una riunione nazionale della dirigenza (indigena), il 9 luglio di quest’anno, abbiamo deciso di congratularci con il giornale per la sua ricerca e, ancor meglio, per informare l’opinione pubblica ciò che le popolazioni indigene vanno denunciando ovvero che è l’imposizione dell’azione del governo che limita i diritti dei popoli indigeni, eliminando i più elementari diritti umani. 

Siamo RICCHI e viviamo in povertà
. I nostri popoli hanno una storia e saperi antichi e oggi veniamo citati in quello che è conosciuto come ‘sviluppo sostenibile’. Nelle regioni indigene da noi amministrate sono presenti (nonostante il licenziamento di stranieri), la più grandi quantità di risorse naturali, le foreste, l’acqua, la biodiversità, compresi i minerali e anche l’olio. Siamo una realtà di 8 etnie sparse in 24 territori e rappresentiamo non più del 1% della popolazione costaricense. Ma perché nella povertà materiale? Se fosse così facile rispondere, seppur con limitate risorse, saremmo un modello di sviluppo in America Latina.

CONAI ERA SPERANZA oggi è ciò che ci spinge verso l’etnocidio e il genocidio
Non si può analizzare la questione, quando si parla di indiani e di indigeni imputando la colpa al solo CONAI (Commissione Nazionale Affari Indigeni), mentre il Governo sta alla finestra. CONAI è l’espressione del pensiero politico di oggi, della sua classe dirigente e si esprime attraverso i governi. Il CONAI è ciò che i governi pensano e vogliono. Sicuramente ci sono interessi profondi per le nostre risorse, mentre prima eravamo una minoranza da proteggere ora siamo diventati un ostacolo allo sviluppo.
Questi obiettivi sono stati persi negli anni ottanta a partire da allora e fino ad oggi CONAI è diventato l’opposto dei fini peri quali era stato creato, con l’aggiunta di una enorme capacità di manipolazione e la divisione tra le comunità indigene. Quello che non riusciamo a capire è come oggi, bypassando il legislatore abbia potuto modificare leggi della Quarta Sezione ed eliminando tutti gli attori con l’obiettivo di facilitare le azioni per lo sviluppo dei popoli indigeni. La Quarta Commissione può modificare le leggi, come ha fatto in CONAI? O lo fa solo con gli indiani. In molti paesi in cui vi erano enti simili al CONAI hanno raggiunto risultati, ma i governi hanno agito e hanno modernizzato queste strutture, rendendole più in linea con il diritto internazionale.

 Petitoria al governo e ai deputati
C’è un cambiamento del consiglio di amministrazione, la soluzione al problema CONAI non è aumentare il budget (ci sarebbero ancora più problemi). Ciò che veramente serve è che CONAI scompaia, e che lo Stato modernizzi la propria macchina amministrativa e ponendo direttamente l’attenzione alle popolazioni indigene attuaando politiche e programmi con visione integrata e secondo gli interessi dei popoli indigeni stessi

Arrestare etnocidio e genocidio
La situazione è grave, ci sono villaggi in cui non è più possibile ammalarsi senza avere una morte annunciata. Ce ne sono altri che, se non si interviene con urgenza, sarà impossibile recuperare il suo patrimonio culturale. L’azione è adesso, domani è troppo tardi. Con: Manuel Villanueva, presidente del National Bureau indiano del Costa Rica

Purtroppo quella sopra descritta è una condizione comune a molte minoranze etniche nel mondo.

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Chi è Gabriela? Portaci nella realtà quotidiana di questa bambina indigena. Perché hai scelto di dedicare a lei il tuo libro?

Gabriela all’epoca aveva sei anni, di lì a qualche mese avrebbe iniziato a frequentare la scuola ma non fu questo a convincermi di dedicare a lei i proventi del libro. Paradossalmente fu la sua paura nei miei confronti, derivante dalla mia diversità sia etnica che fisica, il più alto della sua comunità mi arrivava alla spalla. Ero dunque per lei come un gigante e da ciò derivava il suo sgomento, poi lentamente, col passare dei giorni perse la sua diffidenza e diventai per lei un confidente sincero. Per il mio sogno di preservare e lasciare qualcosa, sia in termni d’insegnamento che di eredità materiale, ai miei tre maschietti, ai miei nipotini italiani attraverso ‘l’arma’ dei miei volontariati fu l’apoteosi. Idealizzando il concetto, Gabriela è la nipotina che non ho mai avuto, confortato in ciò dalla differenza d’età, è la realizzazione del sogno sopra espresso coniugato al femminile. Inoltre vorrei contribuire alla realizzazione del sogno di Gabriela che ‘da grande’ vorrebbe diventare medico, sogno che spero si possa anche realizzare con i fondi ricavati dalla vendita del libro.

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Ci racconti meglio come si sviluppa, da quando vivi in Costa Rica, la tua attività di volontariato?

La mia attività tipo nel mondo del volontariato si svolge nell’improvvisazione. Per meglio descriverla prendo in prestito una frase dal film  Amici miei. Per riportarvelo alla mente mi riferisco a quella scena, nella quale il Nicchi aveva urgenza di un bagno e una volta incontratolo vi trovò un bambino seduto su un vasino. La voce fuori campo dice: ‘Cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione’ E così è la giornata di un volontario, alle prese con mille piccoli/grandi problemi da risolvere quasi immediatamente applicando le più svariate metodologie. A questa affermazione mi chiedono sempre un esemplificazione per meglio comprendere, eccola. Problema come fare a raccogliere prelibati fichi d’india se non abbiamo dei guanti? Soluzione: sicuramente, dato il calore con il quale di sviluppano i fichi d’india, avremo con noi delle bottigliette d’acqua in plastica. Bene, non sprechiamo l’acqua che metteremo in una sola bottiglia e tagliando il fondo alle altre avremo un comodo e sicuro ‘prendi-fichi’. Non serve spiegarne il funzionamento credo…

Jameikari – racconto bipolare è il tuo primo libro nato da un’esperienza di volontariato. Perché hai sentito l’esigenza di scriverne?

Nell’ottobre 2012 ebbi l’opportunità di andare ad insegnare l’inglese, come volontario, nella riserva Cabecar di Jameikari, per inciso Jamei significa brillante-scintillante e Karì acqua da cui in nome della comunità che vive in corrispondenza del corso di un fiume dalle acque tumultuose. Iniziai a tenere un diario su questa avventura nella foresta, così unica per un europeo. Tornai a casa con 90/100 pagine scritte e fitte di appunti.

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Giunto a San Josè, Orietta, la mia compagna, mi disse: se hai già scritto tanto perché non scrivi un libro? Non ne avevo mai scritti prima… però ci pensai, feci qualche riflessione, l’idea mi affascinò e ripresi a scrivere integrando il diario iniziale con altri spunti di vita vissuta, dando sfogo a ciò che avevo dentro, affrancandomi così dal mio nefasto passato italiano.
Due mesi più tardi, ultimata la scrittura, mi trasferii all’Isla del Coco per un altro volontariato. La sera, dopo il lavoro, rileggevo e correggevo Jameikari. Normalmente questo è un lavoro che dovrebbe essere fatto da una terza persona, perché chi ha scritto un libro, dopo averlo riletto tre o quattro volte, perde la capacità di scorgere i propri errori ma essendo un libro ‘home made’ lavorai anche all’editing, successivamente aiutato da alcuni amici che diventarono così amici anche di Gabriela. Scattai anche la foto della copertina.

I guardia parco che mi vedevano impegnato per ore al computer, mi chiesero cosa stessi facendo, lo spiegai e uno di loro mi disse: sarebbe bello che tu vendessi il libro e devolvessi il ricavato alla comunità.
Pensai: venderlo? E chi me lo compra? Giusto quei quattro amici che mi aiutano sempre nelle mie pazzie. Quegli amici con i quali è nato il virgulto di ciò che è seguito.
 Però l’idea mi piacque e raffinai l’idea originale stabilendo che il ricavato sarebbe dovuto servire per gli studi di Gabriela.
Come copertina utilizzai uno scatto che feci, fissando un attimo di vita di Gabriela. Poi lo pubblicai on line su Amazon e iniziai a venderne 1, 2, 5 10, 25 copie, a quel punto, sempre Orietta mi disse: perché non lo stampi? Con tutti gli italiani che ci sono in Costa Rica lo venderemo senz’altro. Così, animato da sentimenti contrastanti, stampai a mie spese 500 copie, 1.000 mi sembravano tantissime.

La stampa venne pronta il 17 agosto 2013 e ancora oggi, io mi sento libero e felice per ciò che ho fatto e che ancora sto facendo.
La storia però non finì a quel punto, coinvolgendo amici di varie nazionalità, conosciuti in vari volontariati in giro per il mondo, il libro è stato tradotto in inglese e in francese. C’è persino un embrione d’idea per stamparlo in russo, nazione dove non si sono dimenticati di me avendoci vissuto per tre anni.
 Vorrei approfittare di questo articolo per lanciare una richiesta: cerco una persona di buona volontà che lo traduca in spagnolo, sarebbe importantissimo per poterlo vendere nella patria di Gabriela.

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Cosa ne pensi del turismo responsabile, che non si rivolga soltanto alla tutela dell’ambiente e dei territori visitati, ma miri a portare un aiuto concreto, attivo, alle popolazioni in difficoltà?

Perdonatemi la risposta ma, secondo me, turismo responsabile implica l’uso di due termini in antitesi tra loro. Il turismo è quasi sempre espressione del consumismo, ricordiamoci che l’industria turistica muove cospiqui capitali e che il consumismo in sè non ha nulla di responsabile se non all’usa e getta. Il consumismo consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi reali, tra di essi le popolazioni in difficoltà e dirottarla su altre problematiche economicamente più convenienti (cosa posso utilizzare per lavare più bianco del bianco?).

Non ha nessun senso dedicare responsabilmente quindici giorni l’anno, magari in un esostico paese, alla risoluzione dei problemi altrui quando il supposto soccorritore ha una cultura totalmente differente da quella di chi si vorrebbe aiutare. Anche con tutta la migliore volontà non funziona e non funzionerà. Senza integrazioni e interazioni di natura culturale ogni sforzo sarà vano e ricordate che integrazione non è sinonimo di colonizzazione. Non credo che un manipolo di persone possano portare aiuto a popolazioni in difficoltà, credo però che quel manipolo di persone possa far germogliare l’idea di portare aiuto in modo appropriato. Il mondo si cambia, meglio si può cambiare, sarebbe sufficiente che ognuno di noi facesse e continuasse a farla, una piccola cosa in quella direzione. L’essere umano, pur essendo capace di grandi gesti d’altruismo, rimane un animale egoista.

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Tornando al concetto di turismo responsabile, là dove la responsabilità del turismo è sinonimo di istruzione e l’aggettivo responsabile è sinonimo d’intenzione, ci si domanda come possano essere turisti responsabili, quelle masse che entrano nei grandi magazzini delle città che visitano. Masse la cui più alta aspirazione è entrare in possesso della maglietta dell’Hard Rock Cafè o peggio ancora di oggetti taroccati della ‘marche famose’ a buon prezzo. Le stesse masse che criticano tutto ciò che trovano diverso dalla loro (misera) quotidianità e, ‘dulcis in fundo’ hanno la pretesa d’insegnare come vivere alle popolazioni molto meno superbe e ignoranti vanno a vedere, non a visitare. Vedere è il verbo che si confà, visitare è già troppo intimo per loro, non ne conoscono il significato.

Gli occidentali, ovvero il 90% dei turisti, sono assolutamente convinti che l’unico giusto modello di vita sia il loro, solo il loro, null’altro che il loro. Aiutati in questo dalla deviazione mentale derivante dai troppi secondi passati davanti alla TV. Conseguentemente come possono essere responsabili? Che aiuto possono portare?
Occorrerebbe cambiare la qualità dell’educazione passando dall’educazione commerciale, povera e mediocre che oggi viene impartita, a qualcosa di più pregnante che abbia come perno centrale l’essere umano e i suoi bisogni, esulando totalmente dal suo sfruttamento, in altre parole un’utopia. E’ bene ricordare che una parte minoritaria della popolazione ‘sta bene’ perchè la rimanente parte ‘NON sta affatto bene’.

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A chi conviene rivolgersi in Costa Rica? A un’associazione che si occupi di organizzare il periodo di lavoro volontario all’estero o meglio contattare una ONG (Organizzazioni Non Governative) impegnate in progetti umanitari o altre alternative? Cosa consigli dopo la tua esperienza sul campo?

Sgombriamo subito il campo da una convinzione prettamente europea: la gratuità del volontariato. Il volontariato in Europa, quello effettuato da chi ha meno di 29 anni, è essenzialmente gratuito, ovvero si riceve vitto e alloggio in cambio del proprio impegno, della propria prestazione oltre del pagamento di una piccola quota d’iscrizione. Ciò è reso possibile dai finanziamenti finalizzati erogati dalla UE, che hanno come scopo l’integrazione dei popoli costituenti l’Unione stessa.
In tutte le altre parti del pianeta il volontariato è ‘a pagamento’ ovvero si contribuisce al proprio vitto, al proprio alloggio e al mantenimento delle strutture che ospitano il volontario stesso.
 La Costa Rica non fa eccezione a questo principio, ergo il volontariato si paga! Non incorrete però nell’errore di considerare il pagamento come qualcosa di negativo, il mio pensiero mi porta a considerare positivamente il contribuire oltre, il dare per avere, senza attendere l’avere per dare, nobilizzando ancor di più la scelta volontaria.

Vanno però distinte le industrie del volontariato, da quelle organizzazioni che hanno veramente a cuore le sorti della causa sia che sia di carattere umanitario, ambientale, ecc.
 Diffidate dunque dalle prime, spesso di estrazione culturale statunitense, cultura che tende a monetizzare tutto il possibile. Vi offriranno pacchetti ben confezionati e perciò allettanti ma con prezzi, a volte, esorbitanti. Il volontariato è fatto, anzi è essenzialmente fatto di risparmio volto a liberare ulteriori risorse a favore del beneficiato. Una giusta contribuzione per vitto, alloggio ecc è valutabile intorno ai 35 dollari giornalieri, oltre. 
Vi sono due oraganizzazioni che vanno per la maggiore in Costa Rica, le loro sigle, identificate come nomi sono: ASFO e CR Voluntarios, si occupano sopratutto di protezione dell’ambiente e della biodiversità floro faunistica che lo abita.

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Più che dare consigli, sapendo che i migliori non si danno ne si chiedono, vi offro la mia esperienza: solo due volte mi sono rivolto alle associazioni di cui sopra, tutte le altre esperienze me le sono andate personalmente a cercare, ‘rompendo’ le scatole negli uffici preposti delle varie fondazioni, quali il CONAI (Commission de Assuntos Indigenos) alla FAICO (Fondacion Amistad Isla Del Coco), Projecto Keito e altre. Come sempre, chi fa da sé fa… Occorre però essere sul posto con tempo a disposizione da dedicare, conoscere la lingua locale, essere supportati da feroce determinazione, calma e, non ultimo, avere la fortuna di vantare conoscenze locali, perchè in Costa Rica lo zio del cugino di un amico vale molto di più che non la conoscenza diretta di un senatore. Tutti qui ti aiutano, sopattutto se fai, o vuoi fare, qualcosa a beneficio del loro Paese.

Vi ricordo che i proventi della vendita di questi libro in formato Kindle e tradotto da altri volontari in inglese e francese, sono totalmente destinati a Gabriela, la bimba indigena Caber, ritratta in copertina. Potete acquistarlo qui o seguendo la pagina Facebook  e spero lo facciate in tanti.  Anche solo un ‘Mi piace’ e la condivisione della pagina saranno un aiuto gradito. E per concludere uno spunto del suo autore per fermarsi a pensare:

“Oggi sono sempre un uomo bianco, un po’ più scuro grazie al sole che qui splende sopra gli abiti firmati ‘mammà’, appena ricoperti da un paio di short. Non sono più ricco, anzi si potrebbe definirmi il contrario ma ho scoperto la libertà che ciò permette, ho dimenticato le preoccupazioni derivanti dall’avere molto, forse troppo.
Sono sempre occidentale d’origine ma con il cuore e l’anima sempre più nere come quelle degli immigrati e immigranti che non odio più, che capisco, che sento a me vicini. Non me frega più nulla di sapere dal TG dove sia Lampedusa. Sono atterrato in Costa Rica, avrei potuto atterrare anche in altri luoghi, forse.
Qui però ho imparato la semplicità incantevole del sorriso mentre saluto tutti e tutti mi ricambiano, la ricchezza nell’aiutare gli altri e, a mia volta, di essere aiutato senza nulla richiedere. Ho imparato non farmi problemi e non crearne, in altre parole non averne dentro me, con il mio io.
Non ho dimenticato i marchi famosi, anzi li tengo bene a mente per non ricadere i quello stato di idiozia indotto dalla pubblicità e dal consumismo. Non ho bisogno di molti soldi per vivere, la mia pensione basta e avanza quel tanto per poter aiutare qualcuno, per comprare sempre gratuitamente un altro sorriso.
Scusatemi poco più sopra ho sbagliato, sono ricchissimo in realtà e quei pochi soldi che ho non li investo in cose materiali o in titoli ma in esperienze di vita con gli altri, con singoli come me, che qui contando parecchio, non sono considerati da nessuno.

E così finalmente, dopo tanto tempo trascorso prima a non valorizzarlo e poi soffrendo, ho iniziato la mia seconda vita. Sapete quando è iniziata la seconda? Quando mi sono reso conto di averne una sola.”

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